Ghonim Mohamed

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Viaggio in un mondo di paura e speranza

Viaggio in un mondo di paura e speranza

VIAGGIO IN UN MONDO DI PAURA E DI SPERANZA IN RIFERIMENTO A IL SEGRETO DI BARHUME E IL RITORNO DI MOHAMED GHONIM1 Wafaa El Beih

Nei due volumi Il segreto di Barhume e Il ritorno, la prima e l’ultima opera di Ghonim, lo scrittore pare scrivere la storia del cammino universale dell’uomo che cerca di riscattarsi dalla dannazione del male per ritrovare in se stesso il punto bianco, ossia le radici autentiche della felicità e della libertà. Barhume, il protagonista di entrambi i libri, viaggia in cerca del padre, l’uomo giallo, e della sua identità, acquisendo progressivamente la propria umanità, e restando sempre sul confine indeterminato tra sogno e realtà, in modo da lasciare il suo mondo in una dimensione sospesa, che rimane fuori della portata dell’uomo contemporaneo. Solo con l’unione tra sogno e realtà, tra la scienza evoluta del Nord e la spiritualità del Sud si arriva alla verità, che sta altrove, fuori dei limiti del tempo e dello spazio. Vivere una sola vita, in una sola città, in un solo paese, in un solo universo, vivere in un solo mondo è prigione. Conoscere una sola lingua, un solo lavoro, un solo costume, una sola civiltà, conoscere una sola logica è prigione. Teodoro Ndjock Ngana Noi dalla chioma color pece, siamo venuti a ballare nelle vostre piazze luminose, nelle vostre case. Siamo venuti a ballare per i vostri occhi Stanchi e immobili come specchi. Abdelkader Daghmoumi In questo articolo prenderò in considerazione Il segreto di Barhume e Il ritorno, cioè la prima e l’ultima opera di Ghonim, due volumi in cui lo scrittore pare scrivere la
1 Mohamed Ghonim nasce il 15 ottobre 1958 ad El Menoufia (Egitto). Autore di poesie e pièces teatrali e studioso di psicologia, pubblica il suo primo libro, Il segreto di Barhume, presso Les Cultures, l’associazione multietnica di cui è membro onorario. Il volume verrà ristampato dalla casa editrice Fara di Rimini. A quest’opera faranno seguito nel 1995 Quando cade la maschera, nel 1998 La foglia di fico e altri racconti, nel 1999 L’aquila magica, nel 2003 Colombe raggomitolate e nel 2006 Il ritorno. Ghonim è Direttore Generale del giornale « News of World ».
176 wafaa el beih storia del cammino universale dell’uomo che cerca di riscattarsi dalla dannazione del male per ritrovare in se stesso il punto bianco, ossia le radici autentiche della felicità e della libertà. Barhume, il protagonista di entrambi i libri, viaggia in cerca del padre, l’uomo giallo, e della sua identità, acquisendo progressivamente la propria umanità, e restando sempre sul confine indeterminato tra sogno e realtà, in modo da lasciare il suo mondo in una dimensione sospesa, che rimane fuori della portata dell’uomo contemporaneo. Solo con l’unione tra sogno e realtà, tra la scienza evoluta del Nord e la spiritualità del Sud si arriva alla verità, che sta altrove, fuori dei limiti del tempo e dello spazio. Per inquadrare meglio l’opera di Ghonim e coglierne la specificità tematica e stilistica è però importante collocarla sullo sfondo della letteratura dell’emigrazione arabofona.
1. Scrittori migranti arabofoni 2 in Italia : solitudine e crisi di identità A partire dagli anni settanta l’Italia, che è stata tradizionalmente un paese di emigrazione, è diventata meta di flussi migratori extra e intraeuropei. Nonostante che questo cambiamento sia avvenuto in ritardo rispetto ad altri paesi come la Francia e l’Inghilterra, l’immigrazione verso l’Italia è cresciuta velocemente.3 Il cambiamento della posizione dell’Italia nel panorama migratorio internazionale e il suo allineamento ad altri paesi europei sono da attribuirsi principalmente alla sua crescita economica nella seconda parte del Novecento, che ha attratto migliaia di immigrati, provenienti dai paesi meno sviluppati, con la speranza di costruire una vita migliore. Le migrazioni,4 in quanto esperienze decisive, a volte traumatiche, modificano
1 Si fornisce qui una essenziale bibliografia sull’argomento : Thomas Ben Jelloun, L’estrema solitudine, tr. Vittorio Cosentino, Milano, Bompiani, 1999 ; Peter L. Berger Luckmann, La realtà come costruzione sociale, tr. Marta Sofri Innocenti, Alessandra Sofri Peretti, Il Mulino, Bologna, 1969 ; Carmine Chiellino, Parole erranti. Emigrazione, letteratura e interculturalità, Isernia, Iannone, 2001 ; Marisa Fenoglio, Vivere altrove, Palermo, Sellerio, 2003 ; Armando Gnisci, Nuovo Planetario Italiano, Troina, Città Aperta, 2006 ; Armando Gnisci, Giulia De Martino, Luciana Menna, Giulia Perrozzi, La letteratura italiana della migrazione : aspetti teorici e percorsi di lettura, Roma, Università degli Studi di Roma Tre, 1998 ; Armando Gnisci, Nora Moll, Diaspore europee & lettere migranti, Roma, Edizioni interculturali, 2002 ; Alfredo Luzi, Migrazione e identità : Immigrato di Salah Methnani, « Kúmá » 15, giugno 2008 ; Sante Matteo, Africa Italia : due continenti s’avvicinano, S. Arcangelo di Romagna, Fara, 1999 ; ItaliAfrica : bridging continents and cultures, a cura di Sante Matteo, New York, Forum Italicum, 2001 ; Sante Matteo, Radici sporadiche. Letteratura, viaggi, migrazioni, Isernia, Iannone, 2007 ; Ezio Raimondi, Letteratura e identità nazionale,Milano, Mondadori, 1998 ; Gli scrittori della migrazione, a cura di Roberta Sangiorgi, Mantova, Centro di Educazione Interculturale, 2001 ; Abdelmalek Sayad, La doppia assenza. Dalle illusioni dell’emigrato alle sofferenze dell’immigrato, Milano, Cortina, 2002 ; Franca Sinopoli, Scrivere nella lingua dell’altro, in Ai confini del verso. Poesia della migrazione in italiano, a cura di Mia Lecomte, Firenze, Le Lettere, 2006, pp. 215-228 ; I confini della scrittura, il dispatrio nei testi letterari, a cura di Franca Sinopoli, Silvia Tatti, Isernia, Iannone, 2005 ; Raffaele Taddeo, Letteratura nascente. Letteratura italiana della migrazione, autori e poetiche, Milano, Raccolto, 2006. 2 Facendo riferimento alla banca dati Basili, vivono in Italia cinquantanove scrittori di origine araba (24 del Marocco, 9 dell’Algeria, 7 dell’Iraq, 5 della Tunisia, 4 dell’Egitto, 4 del Libano, 3 della Siria, 3 della Palestina). 3 « Dal 1970 ad oggi si è passati da 144.000 persone ad almeno 3 milioni e 700 mila soggiornanti, con un aumento di ben 25 volte, facendo così dell’immigrazione uno degli aspetti più rilevanti della società italiana ». Caritas, Migrantes, Immigrazione Dossier Statistico 2007 xvii Rapporto, Pomezia, Arti Grafiche, 2007, p. 87. 4 Le migrazioni, secondo il sociologo Abdelmalek Sayad, rappresentano un “fatto sociale totale” che modifica e sconvolge tanto le società di origine quanto quelle di accoglienza. Si può, pertanto, parlare
177viaggio in un mondo di paura e di speranza profondamente l’esistenza dei soggetti che ne sono protagonisti. Il viaggio verso il paese di destinazione rappresenta molto spesso un viaggio interiore in continua ricerca dell’appartenenza, un viaggio dentro di sé che esprime un profondo senso di solitudine, e di sradicamento. Scrive Marisa Fenoglio : Nessun emigrato conosce alla partenza la portata del suo passo, il suo sarà un cammino solitario, incontrerà difficoltà che nessuno gli ha predetto, dolori e tristezze che pochi condivideranno. L’emigrazione gli mostrerà sempre la sua vera faccia, il peso immane del destino individuale, il prezzo da pagare in termini di solitudini e di rinunce, nonostante i vantaggi materiali che tanti ci troveranno. E a ogni ritorno in patria scoprirà quanto poco sappiano coloro che restano di ciò che capita a coloro che sono partiti. Soffrirà di invidia e di amarezza, ma non riuscirà mai più a tornare quello che era prima.1 Tahar Ben Jelloun, lo scrittore marocchino emigrato in Francia per motivi di studio, racconta nel suo libro L’estrema solitudine le sofferenze vissute da coloro che sono costretti ad emigrare. Attraverso interviste, incontri e racconti emergono i problemi di integrazione e di identità vissuti dagli immigrati nordafricani, e viene messo in luce quanto trascurati siano i loro bisogni materiali, affettivi, culturali e formativi : A questi uomini – spiega nella Prefazione al suo volume cercando di dare voce al disagio degli immigrati – che vengono strappati alla loro terra, alla loro famiglia, alla loro cultura, viene richiesta soltanto la forza lavoro. Il resto non lo si vuol sapere. Il resto, è molto. Provate a valutare in un uomo il bisogno d’essere accettato, amato, riconosciuto ; il bisogno di vivere nella dignità, il bisogno d’essere con i propri cari, nell’amore della terra, nell’amicizia del sole.2 Dal carattere singolare dell’esperienza vissuta, nasce il bisogno di esibire la propria diversità attraverso la scrittura o, in generale, l’uso del linguaggio, che è di per sé – secondo Sante Matteo – « una migrazione, un movimento di uscita dal mondo materiale per entrare in quello concettuale ».3 In tal senso scrivere o narrare significa allontanarsi dal mondo fisico, sensuale, soltanto per potervi tornare ad afferrarlo attraverso la coscienza che di esso ci dà il linguaggio. Lo scrivere in un paesaggio culturale che comunica sicurezza esistenziale all’« io dei canti », tanto da permettergli di staccarsi dalla sua prima lingua, risulta principlamente un ricordare, un modo di recuperare e preservare ciò che altrimenti andrebbe perduto o ignorato ; la lotta disperata di un individuo qualunque per trovare un lavoro qualunque in una terra straniera è un evento che viene facilemente dimenticato, nonostante sia la lotta più essenziale e più importante di tutte, tanto più significativa proprio perché così comune. Il ricordare – scrive Matteo – che si attua attraverso lo scrivere serve non solo allo scrittore ma anche ai lettori : per mezzo degli scritti pubblicati la società nel suo complesso ricorda e tramanda le proprie memorie alle generazioni successive per permettere il dialogo tra antenati e discendenti e per mantenere dei canali di comunicazione tra passato, presente e futuro.4 La letteratura, sottolinea Ezio Raimondi, « deve essere l’eco della vita contemporanea, deve avere il segno dell’attualità, deve essere in rapporto col proprio tempo pre
di emigrazione (se guardiamo le cose dal punto di vista dei Paesi di partenza) o di immigrazione (se guardiamo le cose dal punto di vista dei Paesi di arrivo). Cfr. Abdelmalek Sayad, La doppia assenza. Dalle illusioni dell’emigrato alle sofferenze dell’immigrato, cit., 2002. 1 Marisa Fenoglio, Vivere altrove, cit., p. 11. 2 Tahar Ben Jelloun, L’estrema solitudine, cit., pp. 14- 15. 3 Sante Matteo, Radici sporadiche. Letteratura, viaggi, migrazioni, cit., p. 169. 4 Ivi, p. 158.




178 wafaa el beih sentandone i conflitti ».1 La letteratura di migrazione, che nasce in Italia, tra gli anni Ottanta e gli anni Novanta del secolo scorso, testimonia la durezza, le difficoltà, e la drammaticità del percorso migratorio, fondandosi su una concreta realtà esteriore, e un’intensa vita interiore della coscienza. Essa serve come lente di ingrandimento che permette di analizzare la costruzione dell’identità umana, e la creazione di nuovi individui disposti a gettare le proprie fondamenta su delle idee più che su un nuovo terreno ; di gente che similmente trae ispirazione sia dalla concretezza del suo quotidiano, sia dal ricordo ; di soggetti obbligati a definirsi – perché così definiti dagli altri – mediante la loro diversità. I testi degli immigrati fanno intravedere l’Italia, le sue leggi e strutture, le sue usanze, il comportamento e il pensiero del suo popolo, attraverso gli occhi di persone socialmente e economicamente emarginate, che vedono tutto attraverso il filtro di una coscienza formata in un’altra cultura ; « una coscienza- spiega Matteo – che non si limita ad osservare e testimoniare, ma che giudica, interpreta, protesta, dialoga, ed alla fine si inserisce nella nuova cultura e inevitabilmente la cambia ».2 La questione dell’identità risulta un aspetto centrale degli scritti degli immigrati. Gabriella Romani, nel suo saggio Italian identity and immigrant writings, individua due linee, diverse, ma interconnesse, dello sviluppo narrativo di tali scritti ; il primo è segnato dal tentativo, implicito o esplicito, dello scrittore di presentare il percorso drammatico che compie l’immigrato (spesso l’autore stesso) in cerca di una nuova identità in Italia, e di descrivere il rapporto tra gli immigrati e gli autoctoni. La trattazione di questo rapporto è caratterizzata da un doppio atto interpretativo ; da un lato lo scrittore osserva l’identità italiana dal punto di vista di un immigrato e, dall’altro, si sforza di interpretare la propria immagine riflessa negli occhi degli italiani. Tale interpretazione di identità è di solito basata su una strategia, chiamata da Romani, ‘familiarizzazione’, che mira a presentare la cultura, i costumi, e le tradizioni dell’immigrato ai lettori, e a farli sembrare familiari.3 Esempio significativo è il romanzo Immigrato, dove il tunisino Salah Methnani, insieme all’italiano Mario Fortunato, racconta l’esperienza della sua immigrazione in Italia. Un’inchiesta sulle condizioni degli extracomunitari in Italia, in occasione dell’uccisione, per motivi razzisti, del rifugiato sudafricano, Jerry Essan Masslo, attiva la memoria del giovane immigrato, e fa riemergere la nostalgia per la terra natale con la lenta riscoperta della figura del padre. L’immagine o il sentimento associato alle parole italiane e all’Italia, che domina lo scrittore emigrato sin dalla sua prima infanzia (Matteo ricorre – nel descriverlo – al termine « virus culturale » o « meme »4) venne intordotto dal padre che gli insegnò a contare in italiano ; lo stesso « meme » culturale lo portò in seguito a visitare l’Italia, dove subisce condizionamenti sociali che mettono in dubbio l’immagine di sé, e determinano una revisione dell’identità, ridefinita dalle difficoltà di rapporto con l’altro, e dal tentativo di superare i pregiudizi. Sono gli atteggiamenti razzisti, le istituzioni e le strutture della nuova società a definirlo : il colore della sua pelle è più visibile e più pertinente della sua laurea e della
1 Ezio Raimondi, Letteratura e identità nazionale, cit., 1998, p.22 2 Sante Matteo, Radici sporadiche, cit., p. 195. 3 Cfr. Gabriella Romani, Italian identity and immigrant writings, in ItaliAfrica : bridging continents and cultures, a cura di Sante Matteo, cit., p. 368 segg. 4 Sante Matteo, Radici sporadiche, cit., p. 86. La nozione di « virus culturale » viene dal campo della sociologia, da Richard Dawkins che ne introdusse il concetto nel suo libro del 1976 The selfish Gene (Il Gene egoista, Milano, Mondadori, 1995), coniando il termine « meme » per dare un nome appropriato agli agenti culturali o ideologici autoreplicanti che contagiano o modellano tutte le culture.
179viaggio in un mondo di paura e di speranza sua conoscenza linguistica. È dunque lo scontro tra il mito dell’Italia come paese di benessere e di libertà, e la constatazione di una realtà di povertà, di intolleranza e di provincialismo ad imporsi sulla condizione di immigrato del protagonista che non può non prendere atto della perdita di un’identità individuale compatta, fino a divenire un’identità altra, in qualche modo intrasoggettiva e collettiva : Sono costretto a non vedermi più, in così poco tempo, come un giovane laureato all’estero. Non sono già più un ragazzo che vuole viaggiare e conoscere. No : di colpo mi scopro a essere in tutto e per tutto un immigrato nordafricano, senza lavoro, senza casa, clandestino. Un individuo di ventisette anni venuto qui alla ricerca di qualcosa di confuso : il mito dell’Occidente, del benessere, di una specie di libertà. Tutte parole che già stanno cominciando a sfaldarsi nella mia testa.1 « L’identità – sostiene Luzi – non è solo in trasformazione, plasmata dal viaggio, ma è addirittura sfaldata »,2 al punto che, al ritorno a Tunisi, il protagonista riavverte, nel momento in cui si riesprime in arabo, un senso di estraneità, di spaesamento, quella condizione sociale e psicologica che nel suo peregrinare in Italia lo aveva accompagnato ovunque. È alterato dai « memi » italiani, e adesso si sente uno straniero in patria. Non può tornare al suo stato originale, deve proseguire, andare avanti : Durante la breve fila per il biglietto, mi ero sentito per metà uno straniero. Era come se la realtà mi arrivasse di colpo dopo aver superato un qualche filtro, che la rendeva contemporaneamente comprensibile e ignota. Mi chiesi se, in un qualche modo sconosciuto, io avessi smesso di essere un tunisino.3 Espressione della realtà migratoria e del disagio sociale, sono Pantanella. Canto lungo la strada,4 scritto da Mohsen Melliti, e Inverno scritto da Imed Mehadheb, gli scrittori tunisini che sembrano più sensibili ad una ricerca identitaria avulsa da un contesto specificamente migratorio : L’uomo entrò, seguito dal cane, nel bagno della stazione ferroviaria dove lo attendeva, segreta, una lucida visione fondamentale : la visione con cui finalmente conoscerà il proprio volto. Dapprima vide tutti gli specchi ma nessuno lo riflettè ; poi entrò un giovane che, prima, lo osservò quasi con timore, sicuramente con repulsione, poi, si mise a sorridere lavandosi le mani. Fu allora che l’uomo guardò nello specchio che rifletteva l’immagine del giovane e intravide la sua, terribile ; i capelli lunghi erano misti a ciocche grigie e rossi sangue rappreso, la fronte rugosa, il colorito plumbeo con lividi blu o neri, le gote flaccide, i denti scalzati e la barba pareva mangiargli il volto. Rifiutò la tragica erosione degli anni, rifiutò il suo volto, perché la mente non si arrende alla disperazione senza aver esaurito tutte le illusioni, e guardò di nuovo lo specchio che, per un attimo di pietà, non lo riflettè più, ma subito dopo si riformò, fuggevole e mobile, l’immagine sinistra della sua faccia, sempre più terrea e scavata che ricominciò a dissolversi ; e con un tuffo al cuore e infinita pena, pensò all’irreparabile fuga del tempo, alla vita della città che inghiottì i suoi anni uno dopo l’altro con velocità vertiginosa.5 Una crisi di identità soffrono pure i personaggi di Younis Tawfik ne La straniera, l’Architetto, il prototipo dello straniero integrato, e Amina, la giovane marocchina costretta a prostituirsi per sopravvivere. Il mestiere di Amina segna il fallimento della
1 Mario Fortunato, Salah Methnani, Immigrato, Milano, Bompiani, 2006, pp. 25- 26. 2 Alfredo Luzi, Migrazione e identità : Immigrato di Salah Methnani, http ://disp.let.uniroma1.it/ kuma/kuma.html. 3 Mario Fortunato, Salah Methnani, op. cit., p. 126. 4 Mohsen Melliti, Pantanella. Canto lungo la strada, Roma, Edizioni Lavoro, 1992. 5 Imed Mehadheb, Inverno, in Imed Mehadheb et alii, Il doppio sguardo. Culture allo specchio, Roma, ADNKronos Libri, 2002, pp. 55-56.
180 wafaa el beih propria emigrazione e la perdita della cultura originaria, e porta l’Architetto, apparentemente dimentico delle proprie origini e della propria specificità culturale, a pensare ai propri problemi di identità e di integrazione : Mentre sto aprendo la porta, mi sento strano. È la prima volta che una donna araba entra in casa mia. Intendo con me, anche perché Amina è già stata qui con il mio amico. Già, con il mio amico : chi sa dove hanno fatto l’amore ? E come l’hanno fatto ? Le è piaciuto e come l’ha accolto ? Si sarà lavata nel mio bagno. Forse si sarà anche asciugata con i miei asciugamani. Questi pensieri continuano a girarmi nella testa, con una velocità incontenibile. Lei non entra, sta invece vicino alla porta, nel corridoio. Il fatto non mi stupisce più di tanto : è educata, almeno. Chissà perché ho una brutta idea di questa ragazza ? Il mio pregiuzio mi turba e mi infastidisce.1 Se nel caso de La straniera, i personaggi lamentano la loro solitudine, e rievocano momenti del passato, tenendosi « aggrappati alla loro cultura e alla memoria di un popolo »,2 il protagonista di Fiamme in paradiso dell’iracheno Abdel Malek Smari, Karim, privo degli ultimi punti di riferimento costituiti dagli altri immigrati musulmani di cui non condivide la rigidità e il mancato sforzo di integrazione nella società italiana, si isola dal gruppo di compatrioti che, sotto la spinta di alcuni integralisti, vedono in lui un traditore. Un profondo senso di esclusione esprime pure il poeta egiziano Nagib Mahmud in Estremamente straniero : Sono sull’orlo del mondo : sto cadendo fuori e non accetto di buttarmi dentro. In me sono parvenze d’uomo : un cuore vecchio, una mente scombussolata, una memoria senza apparenza.3 Ingy Mubiayi, la scrittrice ‘italiana’ di origine egiziano-congolese racconta della sua identità transnazionale che si spinge oltre le differenze culturali. Nel racconto Documenti, prego affronta ironicamente il tema dell’immigrazione, tanto che i continui spostamenti da un ufficio all’altro per riuscire ad ottenere il titolo di ‘cittadino italiano’ vengono paragonati al viaggio di Dante, simbolo eterno dell’erranza e del dolore : È il viaggio del sommo poeta, che soltanto discendendo negli inferi, coadiuvato da un’autorevole guida, potè risalire e coronare il suo sogno di salvezza ! Così noi dovemmo attraversare le porte della prefettura (e veramente c’era scritto lasciate ogni speranza voi ch’entrate : l’ho fatto io) con in mano il foglio informativo per la richiesta di cittadinanza italiana come unica guida ; vagare per tribunali, consolati, circoscrizioni, inps, uffici del lavoro, uffici del datore di lavoro, banche (addirittura !), per giungere al cospetto del dirigente comunale che con grande indifferenza ti proclamerà cittadino italiano. Il tutto per sfuggire a quegli stessi uffici ; per rendersi non più erranti ma stanziali, attaccati a quelle esili radici che faticosamente e a dispetto di tutto crescono e affondano nel terreno.4
1 Younis Tawfik, La straniera, Milano, Bompiani 2000, p. 43. 2 Idem, La scrittura come ponte tra le culture, in I confini della scrittura, il dispatrio nei testi letterari, a cura di Franca Sinopoli, Silvia Tatti, cit., p. 33. 3 Nagib Mahmud, Estremamente straniero, in Memorie in valigia, a cura di Alessandro Ramberti, Roberta Sangiorgi, Santarcangelo di Romagna, Fara, 1997, p. 46. 4 Ingy Mubiayi, Documenti, prego, in Pecore nere, a cura di Flavia Capitani, Emanuele Coen, Roma, Laterza, 2005, p. 107.

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Il riconoscimento a livello legale degli immigrati non è sempre accompagnato da un’uguale accettazione nella vita reale. La scrittrice mette amaramente in luce, in Concorso, la contraddizione tra diritti civili e realtà dei fatti riguardo alla presenza di un “nero” all’interno delle alte cariche dello stato : Ora c’è il concorso per la Polizia di Stato. Non sono tutti uguali i concorsi. Per esempio ce n’è stato uno per la Camera dei Deputati. Non me la sono proprio sentita. Mi faceva male al cuore mettere in imbarazzo tutta un’ala di onorevoli con la mia presenza : mentre loro inveiscono contro ogni tipo di contaminazione, io con il mio muso negro sarei stata una contraddizione in termini. Quindi ho lasciato perdere. Magari in polizia finisco gli esami e posso avanzare di grado. Avranno i gradi in polizia ? Magari divento ispettore, poi commissario e via via su fino a questore. Dai, un questore donna, nera e musulmana a Roma ! Sto impazzendo.1 Hayat, la protagonista del racconto, è una ragazza profondamente inserita nella società occidentale, tanto che il suo nome le dà fastidio, perché è troppo islamico : Hayat, con l’acca aspirata ! Vuol dire vita. Lo cambierei con un nome un po’ più anonimo. Chissà se mi chiamassi Francesca o Giovanna e non avessi questo cognome che comincia per Abd, cioè servo, forse sarei più tranquilla, adesso. Se fossi una Maria Rossi non starei qui a pensare se compilare o meno questo modulo. Lo farei e aspetterei. […] Perché avrei la certezza che nessuno inarcherebbe le sopracciglia alla vista di un cognome che significa servo e un nome con l’acca aspirata che vogliono infiltrarsi nelle libere e democratiche istituzioni.2 La sorella, Magda, rappresenta invece la tendenza opposta, ossia l’attaccamento alle origini e alle radici dei genitori. Due tendenze estreme che si affiancano nelle giovani generazioni italiane : accettazione e allontanamento dalla società italiana.
2. Il viaggio di Barhume in cerca delle radici La posizione particolare di Mohamed Ghonim nel panorama degli scrittori emigrati di origine egiziana è dovuta a quell’impasto unico tra apertura mentale, attaccamento alle radici e coscienza del dramma dell’uomo contemporaneo che soffre la perdita di identità, la schiavitù, e lo sfruttamento. La memoria, per Ghonim, « è tutto ; è l’individuo : la sua storia, la sua coscienza »,3 ma si deve portare la nuova generazione a « compiere un percorso di riflessione, ovunque e comunque, nonostante la varietà di lingue, in modo che riesca a migliorare le sue scelte : che non attenda “il sole” in presenza di dense nubi ; essa deve cercare il calore attraverso l’ intreccio di una trama e di un ordito multietnico che percorra una via migliore ».4 L’opera narrativa di Ghonim è tutta un viaggio che supera la semplice idea della partenza ; i suoi protagonisti, nella loro vana ricerca del miraggio della felicità, meta della loro vita, elevano il racconto ad una dimensione universale : Noi giriamo alla ricerca della felicità. La cerchiamo dentro e fuori di noi, sotto i nostri piedi, quasi fosse il supremo desiderio dell’esistenza, che diventa l’unica meta : oppure se ci avvicinassimo a lei… troveremo solo miraggi. Una trappola preparata e pronta, dietro alla quale, noi corriamo affannosamente. Ma che delusione ! Bramare quello stato con inquietudine, ed al fine percepire che è ancora distante.5 Tale precoce coscienza della vanità del cammino umano pare soffocare le piccole
1 Idem, Concorso, in Pecore nere, cit., pp. 116- 117. 2 Ivi, pp. 118-119. 3 Mohamed Ghonim, Intervista, http ://www.ghonim.it/intervista2.htm. 4 Ibidem. 5 Idem, Il segreto di Barhume, Rimini, Fara, 1997, p. 13.
182 wafaa el beih gioie quotidiane, e fa cadere in un abisso di dubbi e incertezze sul domani che racchiude in sé « tutto ciò che ci sembra irraggiungibile »,1 rendendo dominante il senso dell’impotenza umana : In quanto uomo, nel mio “Io” sento che non saremo mai in grado di possedere nulla : magari, saremo pure convinti di possedere queste redini e tutta la tecnologia più avanzata che ci permetterà, forse, di realizzare i nostri obiettivi, e perché no ? Non è una cosa vera ? Non è vero che possediamo la sapienza ? Non è la dimostrazione il fatto che siamo arrivati sulla luna sconfiggendo la forza di gravità e abbiamo raggiunto anche altri traguardi. Cose nauseanti, solo bugie.2 Il punto di partenza del viaggio di Barhume è un paese montagnoso, in contatto con il Nord attraverso il grande porto ove le navi fanno scalo per fornirsi di petrolio. Il paese, chiamato Rau solo ne Il ritorno, e rimasto senza determinazioni geografiche o storiche, pare uno spazio universale, sospeso in una dimensione irreale, o meglio iperreale ; porta miticamente tutti i tratti distintivi del Sud, tanto che i suoi abitanti sono pigri, rassegnati, ignoranti e mendicanti : Mi sono sempre chiesto come mai, nonostante l’abbondanza di cui la natura li aveva forniti, sole, acqua, ed estese superfici di terreno, la maggior parte di loro preferisce vivere chiedendo la carità. A nessuno venne mai in mente di frequentare la scuola del Gran Maestro, situata in un bivacco in fondo al porto. Spingevano i fanciulli in carne a cercare la loro fortuna : la ricchezza, infatti, consisteva in quello che riuscivano a racimolare con le loro mani mendicando agli stranieri.3 L’ignoranza e la rassegnazione facilitano la missione della magia che semina il terrore nell’anima e nella mente della gente del villaggio. La maga, Zendina, sorta di figura druidica alla ricerca di un erede dell’esoterismo e della magia, desidera dominare il paese, anche dopo la sua morte. L’uccisione di Zendina, e la perdita del suo sogno di prepotenza, non segna un vero mutamento nella vita quotidiana del paese : tutti credono nel suo ritorno e rifiutano l’invito di Agolungo a liberarsi dalla paura preparando così il terreno all’apparire di una nuova maga : Dopo la sua morte, la gente passò davanti ad Agolungo, che come sempre blaterava tutto solitario, denominandolo “idiota”. Lui dal suo canto ribeccò : – Il fuoco disinfetterà dai microbi… – Quello è demente… – pensarono di lui. – Guardate alle vostre coscienze ! – replicò – Stupido ! – lo calunniarono. – Guardate nel vostro cervello ! – continuò. – Sporco ! – lo ingiuriarono. – Pulite la vostra mente e i vostri cuori. – Vattene lontano da noi ! – lo insultarono. – Rimarrete distratti nei vostri sogni ! – affermò ancora Agolungo. – Tornerà il grande mago ! – risposero in coro.4 Vittima di Zendina cade pure l’uomo giallo, il ricercatore delle verità scientifiche, e dei segreti più profondi dell’animo umano. Si porta malato all’antro della maga in un rito funebre, e guarito, rimane prigioniero dei rituali magici del Sud e diviene l’ultima occasione per fare prolificare Zizi, la figlia della maga : Lo straniero era lì, non credeva alle sue orecchie… Ma dovette crederci. Si arrese all’evidenza,
1 Ivi, p. 14. 2 Ivi, p. 15. 3 Ivi, p. 33. 4 Ivi, p. 87.
183viaggio in un mondo di paura e di speranza divenne come un gatto domestico tra le mani della vecchia da fare agire a proprio piacimento. Lo straniero, ormai succube, chiese : – Vorrei sapere qual è il passo giusto da compiere. Cosa devo fare ? Non dimenticherò mai questo favore ! La vecchia non gli diede più retta, capì che grazie alla sua stregoneria egli era sotto il suo completo dominio, allora finse indifferenza e disse con aria annoiata : – Mi chiedi consiglio ? Tutto quello che vuoi ! La nave che ti porterà nel tuo viaggio di ritorno verrà spinta dalla forza del vento. Non ti resta che rimanere… Rimani ?1 Il segreto di Barhume presenta diversi personaggi che simboleggiano vari gradi della ricerca di sè : c’è Kaiser, l’ex scrittore ignoto, il marito schiacciato e sdegnato dalla maga, e il padre di una figlia che ha ereditato la sua schiava rassegnazione. È significativo che egli trovi nella propria disperazione il coraggio di riscattarsi, e decida, solo nel momento in cui torna ai suoi scritti, di uccidere la donna che l’ha tanto umiliato : Quello sfogliare gli riportò alla mente ricordi nei quali compariva Zendina con un viso cupo, blasfemo, in ogni foglio dinnanzi a lui… non facendo altro che aumentare il rancore verso di lei… la sua testa fu pervasa da strane idee ; cercava un modo qualsiasi per potersi liberare da quellìincubo pesante che lo perseguitava. Diversi fattori lo indussero a decidere di liberarsi di colei che eveva distrutto la sua vita : « Non c’è ulteriore via di salvezza ! » Così sentenziò.2 In un paese privo di veri eventi, il barbiere diviene, con la sua arte di trasformare dicerie e pettegolezzi in verità ufficiale, una delle figure più importanti. Ghonim, delineando uno dei tratti principali delle società rassegnate del mondo, determina il ruolo di Arsenico nel fare stabilire un sistema di paura e di terrore : Quello “scarafaggio” ! Lo usa [Zendina] come spia del villaggio per poter distribuire la sua magia alla gente… conosce di ognuno nome e cognome, sa quali sono le donne gravide, le donne che adorano o disprezzano il proprio marito, chi si sposa, chi si divide, chi sta dalla sua parte e chi no, chi viene colpito da malattia, che è in via di guarigione. Quotidianamente, quello “scarafaggio” di Arsenico si recava dinnanzi a lei per ragguagliarla con le sue informazioni.3 Entro questo quadro, la morte del barbiere segna l’inizio del crollo della montagna della magia, in quanto si chiude la porta attraverso cui essa domina la vita della gente. Il viaggio di Barhume in cerca della felicità coincide con un altro viaggio interiore che penetra la parte della coscienza densa di significati, di emozioni, e di sentimenti, ossia lo spirito di sapienza, che si personifica, nel regno del silenzio e della rassegnazione, in Agolungo, lo ‘scemo del villaggio’, l’unico che tiene in qualche modo le redini di quella realtà capovolta, dove i ruoli appaiono ribaltati e il potente è il debole, il folle è il sapiente. Lo scemo/sapiente si rivela una delle vittime dell’opinione libera, fugge da una prigione ad altra, nascondendosi fra la gente ignorante, e sacrificando la sua vera identità : La gente è come una gregge, in ogni paese ; uno solo comanda e non gli importa se tu ne capisci qualcosa o no, e se non mi fossi messo le vesti dell’idiota sai cosa ne sarebbe stato della mia lingua ? Tagliata, ridotta in brandelli insieme al mio collo […]. la vera gente è quella colma di interessi, che fa di tutto per il suo presidente… con le sue mani si impadronisce di tutto e di tutti, saccheggia tutto ciò che gli sta davanti e distrugge anche le menti ; non possiamo fare altro che restare sotto alle coperte per parlare – concluse.4
1 Ivi, p. 59. 2 Ivi, p. 85. 3 Ivi, p. 69. 3 Ivi, pp. 92- 93.
184 wafaa el beih
Una via diversa prende Barhume nella sua ricerca della verità e della libertà, rinunciando alle illusioni della falsa potenza e credendo solo nel potere del sogno : « Se un uomo smette di sognare è un uomo morto ! ».1 Sin da fanciullo si spoglia della veste dell’ignoranza e della schiavitù che sceglie di portare la gente della sua terra natia, frequentando la scuola del Gran Maestro, e tenendo un rapporto speciale con lo scemo/ filosofo. Inizia il viaggio della ricerca del padre, portando una sua storia incompiuta scritta dal nonno ; un viaggio in cui il concetto di patria si allarga universalmente al mondo ed a tutte le relazioni con le persone diverse. Dopo sei giorni in mare, rinasce Barhume, non possedendo più nulla, neanche il nome ; i suoi primi passi fuori la terra di Zendina lo portano alla dura scelta tra due mondi, tra il fango e la luce. Incontra l’uomo di fango, il testimone silenzioso dei delitti e degli asssassini, che, coperto di viltà e di cattiveria, non può godere la luce della verità e rimane a soffrire uno stato di vita che è proprio morte : Parla, uomo di fango, chi sei ? Chi t’ha ridotto in quelle condizioni ? Tu, e quel macello di detriti umani ? Ti sei forse allontanato dalla luce ? E hai perso la strada ? La montagna cadde ? Parla ! Il giro è compiuto ? La pianta crebbe ? Ti sei trasformato in fango ? Fango che copre il viso. Fango lascia intravedere solo occhi e labbra ! […] Hai voluto essere testimone del passato e del presente ? Hao voluto testimoniare su assassini e assassinati ? Sull’oppressore e sull’oppresso ? Sull’affamato e su chi è sazio ? Uomo di fango, parla ! ! – urlai.2 « L’uomo di fango – afferma Rubbini – è la nostra parte deteriore (sia individuale che sociale), la zona d’ombra in cui alberga il Male con tutto il suo repertorio di violenza, sopraffazione, razzismo, indifferenza ».3 Barhume non abbandona la ricerca della felicità e punta lo sguardo sul punto bianco, il residuo del Bene, nascosto nel profondo dell’anima umana, dispensatore di amore e speranza proprio come la colomba della pace. Il viaggio dell’uomo di Ghonim oltre il mare si compie in un mondo fiabesco che rimane, solo in apparenza, lontano dalla realtà attuale. Nella corte reale si afferma la schiavitù e l’impotenza dell’uomo ; Barhume si pietrifica e nessuno riesce a intravedere la sua ricchezza interiore e la sua umanità : I loro occhi si sono levati verso l’alto, e hanno mormorato : – È sospeso in aria. – È una novità ! – No, piuttosto una cosa antica […] – Strano. – Prendetelo ! – Verso dove ? – Assassinatelo, bruciatelo, seppellitelo ! – Né questo, né quello… è una cosa di valore ! – Portatelo allo zoo.4 La statua umana viene portata al museo ove si libera finalmente dal pensare alle sue faccende e guarda dall’alto la non vita che conduce la gente fuori le mura del museo. Arriva la principessa maestosa e crede di poter possedere la più bella statua nel mondo, ma in realtà rimane incapace di scoprire il vivace spirito umano prigioniero di uno stato di pietrificazione. La bellezza e lo splendore della corte reale non riportano
1 Ivi, p. 17. 2 Ivi, p. 108. 3 Claudia Rubbini, Introduzione, in Mohamed Ghonim, Il segreto di Barhume, cit., p. 7. 4 Mohamed Ghonim, Il ritorno, Rimini, Fara, 2006, p. 16.
185viaggio in un mondo di paura e di speranza a Barhume la sua umanità, ma acuiscono lo stato di immobiltà, segno di schiavitù dei desideri umani : Mi sono guardato nello specchio e ho scorto innumerevoli immagini di me, che riproducevano le diverse fasi della mia vita passata, con tutte le giornate in sé e per sé, con tutti i particolari d’ogni mia situazione. Mi sono sentito come se fossi un re, incoronato della corona reale. La tolgo… ma nella mia interiorità sentivo di tanto in tanto di essere una statua… Ascendo verso l’alto. Torno verso il fango.1 Solo il dolore per il ‘mondo offeso’ lo libera, e gli restituisce la sua umanità. Rinasce Barhume fra gli ospiti ormai pietrificati : la scena si allarga e si apre ad un mondo di acute contraddizioni, di guerra, di corruzione, di ignoranza, di falsità, e di dittatura : La circonferenza si è allargata, contiene un’altra orbita… mi ha condotto in quel mondo che gira nella sua galassia, combatte contro un raro tipo di routine governata da un’ignoranza radicata. Non sogna, versa acqua ghiacciata sul viso del sogno. Il presidente della direzione amministrativa tiene con una mano un sandwich e l’altra è tesa a ricevere accessori cosparsi di polvere nera.2 Il sussegirsi delle scene dell’Universo vasto si conclude con l’apparire della nonna ringiovanita ; finisce il dolore e cadono tutte le catene. Barhume si coinvolge, con tutta la sua profonda umanità, con la damigella, Rosa, accompagnandola in un viaggio di fuga che sembra senza fine : soffrono la perdita di identità e le ingiustizie generate dalla mancanza di comprensione reciproca, attraversano un fiume e provano il dolore per un mondo fatto di divisioni e di guerra : Vedo una nave che lotta contro le onde, senza equipaggio, né timone abitata da folletti che danzano senza corpo. Si levano cervelli appesantiti dall’inquitudine, terrorizzati, tremanti ; le loro bocche aperte… solamente aperte… mangiano… digeriscono… scaricano… costruiscono edifici… demoliscono… generano… aumentano le discendenze… si ammalano… invecchiano… sono falciati dalla morte… ci sono fazioni d’affamati con gli occhi aperti, fissi… le loro mani scarne si allungano… tornano vuote… c’è un’altra categoria che produce armi letali, che massacra ; spaventa gli altri passeggeri dell’equipaggio, minaccia con la forza. Un uomo dalla grande testa ride. La nave ondeggia. Lo osservano intimoriti ; una donna accende la discordia tra gli uomini. La guerra è prossima a scoppiare e temo per la nave.3 Concluso il viaggio nella terra degli specchi magici e nel mondo delle apparecchiature mediche moderne che riescono a vedere tutto ciò che accade nell’uomo, tanto da svelare addirittura le menzogne, Barhume torna al villaggio natio, che sembra vivere in un’epoca lontana nel tempo, a trovare la guerra, il destino inevitabile della passaività e della schiavitù ; una guerra atroce che massacra l’umanità, e ruba il lume della felicità dagli occhi dei bambini : Il ragazzino con una voce turbata esclama : – Non avvicinarti straniero, hanno già portato un altro straniero senza provare alcun senso di pietà per la sua vecchiaia… è ancora lì. La gente del paese va dicendo che a quelli che vengono catturati vengono strappate le unghie e massacrata la loro umanità… Conosci il significato dell’umanità ? – In questo tempo ? – Sì ! – Ma tu lo sai ? – Io sono ancora giovane.
1 Ivi, p. 27. 2 Ivi, p. 35. 3 Ivi, p. 61.
186 wafaa el beih – Cosa succede qui ? – La guerra. – Chi combatte ? – Non lo sai ? – … e c’è un vincitore ? – Siamo tutti vinti.1 Su questa terra ove pare che tutto si rinnovi, domina di nuovo la magia e rinascono le spie. La nuova maga è la donna che si prendeva cura di Barhume bambino, e l’unica che percepiva il dolore di Agolungo. Il passare dalla sponda del Bene a quella del Male sembra colpa della falsità e della ferocia degli uomini : Se tu vuoi condurmi nel mondo degli esseri umani, sono qui, pronta, davanti a te. Portami in qualunque luogo in cui si rispetti l’umanità : anche nel mondo civile, in quel mondo avvolto da un guscio trasparente di falsità dietro cui si nascondono i canini affilati. Vorrei che tu mi indicassi un luogo dove nessuno ponga piede sui resti umani, sul sangue delle vittime.2 L’incontro con il padre segna per Brahume la fine del viaggio della conoscenza di sé ; un viaggio indispensabile perché solo chi conosce se stesso può comprendere il concetto di differenza e apprezzare la diversità culturale. La riunione con il padre « in un unico tessuto »3 significa il crollo delle barriere che dividono gli uomini e il superamento delle divisioni tra stati, regioni e città, per arrivare a definire un mondo di pace e comprensione, e non solo di guerre e incomunicabilità. La struttura circolare dell’opera narrativa di Ghonim corrisponde ai concetti della ricerca continua della felicità e della libertà e alla visione di un mondo dinamico in cui tutto gira e le varie storie si integrano e non si scontrano : Giri… tutto secondo natura gira. Giri… come i giri della ruota, come il giro della terra intorno al sole. Come il capogiro provocato dall’ebrezza dell’alcool. Giri… come la rotazione delle sfere sui quadranti ; in quel modo in cui si avvicindano gli schaivi sotto il potere dei tiranni…4 Il segreto di Barhume si apre con l’incontro tra l’avvocato portatore dei documenti di una storia incompiuta del protagonista, e il medico che fa di tutto per salvarlo dagli artigli della morte cercando di aprire la sua ‘scatola nera’, e finisce con il ritorno della memoria al padre e al figlio. Ne Il ritorno Barhume intraprende il viaggio in cerca della sua identità ; un viaggio in cui pare che la storia del padre si ripeta : I miei piedi si sono bloccati, il ragazzo è entrato furtivamente ed è successo tutto quello che avevo previsto, l’ho sentito sussurrare : – È arrivato… Lei non gli ha lasciato concludere la frase, l’ha respinto e gli ha urlato : – Sparsci dai miei occhi ! […] Un nuovo Kaiser, un altro barbiere, una spia…5 L’odore della terra natia di Ghonim sembra esalare dalla descrizione del villaggio natio di Barhume, tanto che la figura dello ‘scemo del villaggio’ si rivela tipicamente egiziana :
1 Ivi, p. 90. 2 Ivi, p. 95. 3 Ivi, p. 105. 4 Mohamed Ghonim, Il segreto di Barhume, cit., p. 13. 5 Idem, Il ritorno, cit., p. 92.
187viaggio in un mondo di paura e di speranza
L’uomo tamburellava sui bongòs e ad ogni battito di tamburo esclamava una frase sino a che non si rese conto di trovarsi al centro degli sguardi, sostituendosi alla figura del barbiere. Uno dei presenti, cacciando via una mosca dal naso, disse disinteressato : – Questo è il filosofo Agolungo !1 In Ghonim il lettore arabo avverte sullo sfondo della scrittura il Corano : « Le cose inutili finiscono, se ne vanno come la risacca dalle coste, se ne vanno come tutto, ma quello che è utile per la gente, quello resta eterno in terra »,2 in un gioco di forte intertestualità che non è sempre facilmente coglibile dal lettore straniero. Il lessico dell’autore si colloca poi a un livello stilistico volutamente popolare, tanto che si fa spesso riferimento alla tradizione dei proverbi e dei modi di dire del dialetto egiziano : « Questo giorno è un giorno nero per il paese ! »,3 quasi a creare una sorta di complicità con il suo lettore ideale, un egiziano immaginario che si riconosce come lui nelle sue tradizioni.
1 Mohamed Ghonim, Il segreto di Barhume, cit., p. 37. 2 Ivi, p. 39. Da Sura xiii, Ar-Ra’d (Il Tuono) : « Fa scendere l’acqua dal cielo, e le valli si inondano secondo la loro capienza, e la corrente trasporta schiuma gorgogliante, una schiuma simile a ciò che si fonde sul fuoco per trarne gioielli e utensili. Così Allah propone a metafora del vero e del falso : si perde la schiuma e resta sulla terra ciò che è utile agli uomini. Così Allah propone le metafore ». 3 Ivi, p. 35.

 




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